di Pier Luigi Rubattu
Sassari. Pur senza mai smettere di marciare, Andrea Agrusti aveva un po’ perso l’orientamento. Ma alla fine ha ritrovato il suo “buen camino”, quel sottile equilibrio tra condizione fisica, efficienza del gesto e tenuta mentale che lo aveva portato in maglia azzurra alle Olimpiadi di Tokyo, ai campionati mondiali e in innumerevoli gare internazionali.
Il 31enne sassarese, dopo due anni complicati, è rinato nell’ottobre scorso a Zittau, in Germania, con la vittoria nella maratona di marcia. Domenica prossima, 25 gennaio, tornerà in gara sui 42,195 chilometri ad Acquaviva della Fonti (Bari) nel campionato italiano che varrà anche – per i primi tre – il posto in nazionale ai Mondiali a squadre di marcia del 12 aprile a Brasilia.
Come stai, Andrea? “Fare due maratone nel giro di tre mesi è complesso, una gara tanto lunga non si recupera facilmente – risponde da Ostia l’atleta delle Fiamme Gialle a metà di una giornata di lavoro come tante, tra un allenamento mattutino di 15 chilometri e la seduta pomeridiana in palestra -. Ma la Federazione ha detto che i posti per Brasilia si giocano domenica e quindi ci sarò. Sento di valere un buon tempo, anche se non le 3 ore, 3 minuti e 55 secondi con cui ho vinto in Germania”. Che per inciso equivalgono a 4 minuti e 21 secondi al chilometro, ritmo forte per chi marcia, ma non banale anche per chi corre.
“I tanti cambi di distanza nelle gare di marcia non mi sono piaciuti e in parte mi hanno svantaggiato – dice Andrea -. Io ero forte sui 50 chilometri e su quella distanza ho fatto le Olimpiadi di Tokyo. Poi la Federazione internazionale ha sostituito la 50 con la 35 km. Andavo bene anche lì e sono arrivato 15° ai Mondiali, ma alle Olimpiadi di Parigi non era inserita nel programma. Adesso hanno equiparato la marcia alla maratona. Bene per me, perché sette chilometri in più mi avvantaggiano, e bene per il pubblico che capirà meglio il valore delle nostre prestazioni”. Anche se per moltissimi corridori amatoriali sarà forse sconfortante il pensiero di quanto si possa camminare veloci, molto più veloci di loro.
La conclusione del 2025 agonistico è stata dolce per Agrusti, ma preceduta da mesi di difficoltà e ripensamenti: “All’inizio dell’anno due gare sui 35 km e due ritiri – ricorda Andrea -. Mi sono consolato andando a vincere il Campionato dei Balcani in Grecia”. Nel frattempo, la decisione di cambiare tecnico: “Per un po’ mi sono allenato da solo, e ringrazio le Fiamme Gialle che mi hanno dato tutto il tempo e lo spazio per fare una scelta importante. In fondo ormai sono uno dei loro anziani… A maggio ha cominciato a seguirmi il mio grande amico Lorenzo Dessi, marito e allenatore di Antonella Palmisano, olimpionica a Tokyo”.
E in quest’amicizia, nel confronto quotidiano e rispettoso tra un tecnico emergente e un atleta maturo, negli allenamenti condivisi anche con Palmisano e con un’altra grandissima della marcia, la spagnola María Pérez, medaglia d’oro a Parigi, Andrea Agrusti ha trovato nuove motivazioni e nuove energie, fino alla sospirata vittoria in Germania, dove ad abbracciarlo al traguardo ha trovato proprio Antonella e María, felici quanto e più di lui. Andrea parla bene lo spagnolo e aiuta tutti a capirsi e ad affiatarsi: il “buen camino” passa anche da qui.
Dopo il raduno in altura di dicembre a Tenerife e il Natale passato a Sassari, Agrusti ha dovuto rallentare qualche giorno per l’influenza, “ma non ho perso molto, avevo già fatto una gran mole di lavoro”. Poi il ritorno ai carichi usuali, 120/130 chilometri di marcia alla settimana. Il campionato italiano sarà un test importante anche in vista del vero obiettivo della stagione, la partecipazione agli Europei di Birmingham in agosto.
Si può fare, Andrea? La determinazione dell’atleta e la fredda analisi tecnica dicono di sì. “Per tutta la vita mi sono allenato sulle lunghe distanze e con il passaggio dai 35 ai 42 km certe mie caratteristiche vengono di nuovo fuori: la regolarità dell’andatura, la capacità di aspettare, la progressione graduale quando altri magari si spengono. Perché sette chilometri in più sono lunghi, davvero lunghi”.

