di Piergiorgio Annicchiarico
Nel 2013 feci un improvvisato reportage sullo stato in cui versava l’esterno del bellissimo Padiglione Tavolara, confrontandolo con lo stato che presentava all’inaugurazione, avvenuta nel 1956 (anno della mia nascita, tanto per dare la dimensione temporale dell’opera progettata dall’architetto Ubaldo Badas, rispetto ai giorni “miei” finora trascorsi).
Non mi ricordo neanche se usai la mia fotocamera o solo il mio scalcagnato cellulare.
In quell’anno erano stati dichiarati conclusi i lavori principali di restauro interno, ma forse di quelli esterni neppure si era iniziato a parlarne.
In quell’occasione volli solo evidenziare lo stato letteralmente pietoso della facciata esterna (l’interno era, se non ricordo male, chiuso al pubblico da decenni, se si escludono aperture del tutto occasionali, sia pure opportunamente sbandierate). In particolare mi concentrai sulle opere in ceramica di Gavino Tilocca (inizialmente pensai che fossero di Giuseppe Silecchia, che invece è l’autore della fontana interna).
Auspicavo che si procedesse al restauro esterno e alla piena fruizione del Padiglione, in tutta la sua bellezza.
Nel 2022, finalmente, il Padiglione è stato ufficialmente riaperto, ma con iniziative che non hanno poi goduto di continuità. E ancora non si erano avviati i lavori del restauro esterno.
Anche in quella occasione, a fronte della riapertura degli interni, ricordai – ripubblicandole – le foto che illustravano lo stato delle opere di Gavino Tilocca, che di fatto all’esterno non era affatto mutato.
Non credo che siano state le mie modeste azioni a determinare il finanziamento e l’attivazione del piano di restauro, che – stando agli atti – venne attivato nel gennaio del 2023, con una durata prevista di circa 110 gg. di lavoro, ovvero “entro la fine di maggio”.
L’11 di maggio del 2023, in occasione della presentazione del libro di mio fratello Eugenio Annicchiarico, scattai un paio di foto che testimoniano quanto le opere di restauro fossero ancora in alto mare.

Ora, per venire ai giorni nostri, è documentato che i lavori si siano conclusi ad agosto del 2023, ma io – sinceramente – non me ne sono accorto; probabilmente per distrazione, più probabilmente perché preso da altri pensieri relativamente più importanti.
Ieri, 2 febbraio, approfittando della bella giornata, ho fatto due passi a piedi, e – complice il sole splendente del mattino – ho colto con lo sguardo il fatto che il restauro fosse finalmente ultimato, e ne sono stato felice e personalmente grato a chi vi ha lavorato.
Tuttavia, resta il rammarico di aver perso quelle forme originali che Tilocca aveva voluto imprimere alle espressioni degli uomini, delle donne e degli animali che egli aveva voluto rappresentare.
Resta il rammarico di avere, al loro posto, volti amorfi, arti che sembrano essere artificiosamente modellati da una intelligenza artificiale. Attenzione, so bene quali siano i dettami dei restauri conservativi, volti ad evidenziare la differenza tra i manufatti originali rispetto a quelli frutto dell’intervento di restauro. Ero già ovviamente consapevole che il risultato sarebbe stato sicuramente pregevole dal punto di vista del restauro conservativo, ma che non avrebbe mai e poi mai potuto restituire la bellezza dell’opera originaria.

Però, non stiamo parlando né di vasi greci, né di ciotole o scodelle portavivande nuragiche, né di anfore romane.
Il mio rammarico sta tutto nel fatto che una comunità abbia perso in soli 70 anni (e non nell’arco di secoli o di millenni) delle opere d’arte, certamente anche per eventi avversi, forse – chissà – per atti di vandalismo, ma forse anche per incuria e mancata protezione. Forse sarebbe bastato proteggere le opere con un cristallo antisfondamento, e noi avremmo oggi ammirato l’opera di Gavino Tilocca – sia pure restaurata – in tutta la sua forza e bellezza.
Forse ci si potrebbe pensare ora, che resta quel che resta, che è comunque assai pregevole.
O no?
