Porto Torres. Quattordici anni fa, il 26 maggio 2011, a Palazzo Chigi il governo Berlusconi firmava con la regione Sardegna, gli enti locali, i sindacati, Eni e Novamont un protocollo d’intesa ambizioso: riconvertire il vecchio petrolchimico di Porto Torres in uno dei più innovativi poli di chimica verde d’Europa. Sette impianti, un centro di ricerca, le bonifiche, la tutela dell’occupazione. Un investimento complessivo da 1,2 miliardi di euro. Nasceva così Matrìca, la joint venture paritetica tra Versalis (Eni) e Novamont. Oggi di quegli impianti ne sono stati costruiti tre. E adesso il deputato del Partito democratico Silvio Lai denuncia con un’interrogazione parlamentare un’ulteriore crepa nel patto con il territorio: le gare d’appalto per manutenzioni e servizi nel sito — oggi gestito da Novamont dopo il cambio di assetto societario — vengono assegnate su base nazionale, scavalcando le imprese locali che per anni avevano garantito il funzionamento degli impianti.

«Il progetto della chimica verde di Porto Torres nacque nel 2011 con un accordo sottoscritto alla presidenza del Consiglio tra governo, Regione Sardegna, enti locali, sindacati ed Eni. Era un patto con il territorio: riconversione industriale, tutela dell’occupazione e sviluppo della filiera locale», dice Lai. «Nel sito Novamont, ex Matrìca, oggi sta accadendo l’esatto contrario.» I fatti contestati sono precisi. La gara per la manutenzione metalmeccanica, aperta a oltre venti imprese nazionali, è stata aggiudicata a un’azienda con sede in Sicilia. Stessa sorte per i lavaggi industriali, finiti anch’essi a un’impresa siciliana selezionata tra concorrenti di tutta Italia. Sono inoltre in corso gare nazionali per la manutenzione elettrostrumentale e quella antincendio. Nel periodo di Matrìca, sostiene Lai, le procedure erano territoriali e coinvolgevano un elenco consolidato di imprese specializzate del nord Sardegna.
Non è solo una questione di appalti: in alcuni casi, denuncia il deputato, non sarebbero state rispettate nemmeno le clausole contrattuali che prevedevano la proroga biennale dei contratti esistenti, con la conseguente esclusione di aziende locali che operavano stabilmente nel polo industriale. «È un cambio di rotta grave», dice Lai. «La chimica verde doveva essere un progetto di riconversione industriale radicato nel territorio del nord Sardegna. Se si escludono le imprese locali, quel progetto perde la sua legittimazione sociale ed economica.» Il parlamentare dem vede in questa dinamica uno schema già visto altrove: «Eni sta progressivamente trasformando gli accordi territoriali in carta straccia, come già avvenuto in altri poli industriali del Sud, dalla Sicilia alla Puglia. Gli impegni presi con i territori servono quando bisogna ottenere consenso per le riconversioni industriali; poi, una volta avviati gli impianti, il territorio viene messo da parte.»
Nell’interrogazione Lai chiede al governo di aprire una verifica immediata sul rispetto degli impegni assunti con il protocollo del 2011, ricordando che il progetto è stato accompagnato da interventi pubblici, procedure di bonifica e da un impegno istituzionale formale sottoscritto con l’esecutivo.


