Drusilla Foer (a destra) in "Venere nemica"

Sassari. Mercoledì 18 marzo alle 20.30 il Teatro Comunale ospita “Venere Nemica”, lo spettacolo scritto da Drusilla Foer e Giancarlo Marinelli, con Drusilla Foer protagonista nel ruolo della dea dell’amore. La regia è di Dimitri Milopulos; con lei, in scena, Elena Talenti. Lo spettacolo è fuori abbonamento, nell’ambito della stagione La Grande Prosa & Danza 2025-2026 del CeDAC Sardegna.
Il punto di partenza è la celebre favola di Amore e Psiche, così come la racconta Apuleio nelle Metamorfosi. Ma la Venere di questo spettacolo non abita più sull’Olimpo: stufa della compagnia dei suoi «immaturi, vendicativi e capricciosi» parenti divini, ha messo su casa a Parigi, dove vive con una fidata e misteriosa cameriera e scopre i piaceri tutta umani della moda, del lusso e — dettaglio non trascurabile — della messa in piega.

Drusilla Foer è l’alter ego dell’attore e autore Gianluca Gori: un personaggio di fantasia, nobildonna toscana cresciuta a Cuba, con un’educazione raffinata e uno spirito cosmopolita. Nei panni di questa Venere parigina e disincantata, affronta questioni filosofiche ed estetiche con umorismo e qualche inattesa malinconia.
Al centro della pièce c’è il rancore della dea verso Psiche, la mortale di cui si è invaghito suo figlio Amore, ferito dal suo stesso dardo. Una rivalità che la presentazione dello spettacolo inquadra senza troppi giri di parole: «la competizione suocera/nuora, la bellezza che sfiorisce, la possessività materna nei confronti dei figli». Temi antichi, trattati con il tono di chi sa che tragedia e commedia, in fondo, sono sempre state la stessa cosa.
Eppure anche una dea immortale ha le sue vulnerabilità. Quando il figlio ferito e deluso torna da lei, Venere scopre qualcosa che non si aspettava: «un amore infinito e incondizionato», dice, quasi con stupore. «Io che sono sempre stata la mia sola priorità».
Lo spettacolo alterna monologhi, dialoghi e canzoni. «Se c’è una cosa che un dio detesta è non essere creduto», dice a un certo punto Drusilla/Venere, «e se c’è una cosa che un mortale detesta, è morire». Una battuta che riassume abbastanza bene il gioco di rimandi tra immortalità e condizione umana su cui è costruito l’intero spettacolo.